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NEOLIBERISMO E GLOBALIZZAZIONE: UN'ALTRA ECONOMIA E' ANCORA POSSIBILE!

logoVogliamo tornare a parlare di due fenomeni che sono stati sulla bocca di molti a cavallo del nuovo millennio e che adesso sono relegati in secondo piano da problemi apparentemente più gravi: la guerra imperiale permanente ed il terrorismo internazionale.

Intendiamo alzare per un momento il velo insanguinato del conflitto e guardare cosa c'è sotto a questo diversivo, volontario o casuale che sia. Innanzitutto sono due concetti diversi: la globalizzazione è un fenomeno connaturato al capitalismo, un fenomeno di progressiva integrazione economica dei sistemi economici nazionali e locali che ha inizio con la rivoluzione industriale e con quella dei trasporti, un fenomeno quindi in larga parte inarrestabile, che si può solo rallentare con misure protezionistiche.

Il Neoliberismo, invece, è una filosofia economica con una base teorica che auspicando un ruolo egemone del mercato in economia, prevede un insieme di politiche economiche su diversi fronti quali le privatizzazioni , lo smembramento dello stato sociale keynesiano, la diminuzione dell'imposizione fiscale, la flessibilizzazione dei contratti lavorativi, l'apertura dei mercati globali. Si tratta di concetti in qualche modo collegati dal momento che il neoliberismo "puro" facilita la globalizzazione delle economie nazionali.

 

Il Neoliberismo si diffonde in letteratura economica già a partire dagli anni '70, come opposizione teorica al keynesismo, in quel momento dominante, ed alle politiche dirigistiche dell'amministrazione Kennedy. Il cuore pulsante di questa emergente corrente di pensiero è la cosiddetta "scuola di Chicago" della quale l'esponente principale è Milton Friedman, successivamente premiato con il premio nobel per l'economia. I neoliberisti intendono dimostrare con modelli economici relativamente semplici che la via migliore per le amministrazioni nazionali è lasciare uno spazio il più ampio possibile all'istituzione del mercato, che, privo di vincoli ed interferenze, è in grado di portare l'economia al raggiungimento dell'ottimo paretiano, la migliore condizione economica raggiungibile. In realtà gli economisti di Chicago non hanno teorizzato niente di nuovo, si tratta di una semplice lucidatura del vecchio credo liberale ottocentesco del lasseiz faire, secondo il quale, appunto, il policy maker (il governo) dovesse fare il meno possibile.

Queste teorie acquisirono sempre maggiori consensi all'interno dell'estabilishment reazionaria americana (desiderosa di alternative al modello keynesiano che stava cambiando la società in una direzione definita troppo tendente al socialismo) e trovarono concreta applicazione negli anni ottanta con i governi Reagan (USA) e Thatcher (GB). Le buone performances economiche raggiunte da questi due governi consolidarono l'idea che il neoliberismo funzionava e facilitarono la sua diffusione su scala planetaria. In realtà le perfomances di questi due governi furono positive solo se si considera esclusivamente l'andamento del PIL (prodotto interno lordo) e furono probabilmente la conseguenza di un ciclo economico favorevole le cui basi erano state poste in precedenza. Inoltre le politiche attuate (quali ad esempio alcune privatizzazioni e tagli alla spese della Thatcher) crearono degli squilibri strutturali che si fecero sentire nei decenni successivi e portarono in alcuni casi ad un aumento della povertà e della disuguaglianza.

Una delle più grandi e persistenti bugie che si raccontano sul neoliberismo è che non esista un'alternativa ad esso per la gestione dell'economia. In realtà a partire dagli anni ottanta è stata innanzitutto dimostrata la fragilità teorica dei modelli neoliberisti, che si fondano su ipotesi molto restrittive e quindi danno i risultati sperati solo in situazioni molto particolari. Riguardo poi alle alternative teoriche esiste una scuola economica cd. eterodossa (che si distingue da quella ortodossa, liberista) o strutturalista che comprende una vasta gamma di politiche alternative, molte delle quali tendenti a dimostrare l'utilità in senso economico delle istituzioni altre rispetto al mercato. Inoltre trovare alternative alle politiche neoliberiste è spesso molto semplice: basta non applicarle! Alcune privatizzazioni, ad esempio, hanno dimostrato di non portare nessun miglioramento ne all'utente del servizio, ne sul costo sociale del servizio, ne sull'efficienza dell'amministrazione delle imprese privatizzate. Pensiamo per esempio a Trenitalia: i treni arrivano con sempre maggiore ritardo, il costo del biglietto è aumentato, l'azienda versa in condizioni finanziarie disastrose, non sono stati fatti significativi investimenti per migliorare la sicurezza del trasporto su rotaia. Pensiamo anche ad Autostrade SPA o all'ENEL: vendute ad un prezzo ridicolo a noti personaggi vicini all'estabilishment politico-finanziario, non effettuano significativi (e necessari) investimenti infrastrutturali, aumentano le tariffe in modo incontrollabile, ottengono utili sostanziosi che non vengono poi reinvestiti come promesso, ma spartiti tra i soci con pompa magna sui maggiori quotidiani e nessuna manifestazione di dissenso da parte della popolazione. L'alternativa sarebbe semplicemente non effettuare queste privatizzazioni che si sono dimostrate molto dannose per il sistema economico italiano e promuovere piuttosto un miglioramento nell'amministrazione di queste imprese, che dovrebbero tornare ad essere pubbliche. In generale bisognerebbe riflettere sull'opportunità delle privatizzazioni in settori in cui esiste un monopolio naturale e cioè dove la condizione di monopolio è l'unica possibile perchè non si possono costruire due reti di binari o autostrade alternative tra le quali il consumatore possa scegliere, nessuno vorrebbe prendersi il rischio di investire e sarebbe uno spreco di risorse per il sistema economico nel suo complesso. Quindi il risultato di queste privatizzazioni sarà logicamente solo l'instaurazione di un monopolio privato anzichè uno pubblico, e questo è un peggioramento paretiano dato che il monopolio pubblico è almeno responsabile politicamente verso la popolazione, mentre quello privato può imporre le tariffe che preferisce, senza dover fornire ragioni plausibili. Inoltre, andando oltre i luoghi comuni, esistevano imprese pubbliche economicamente sostenibili e occorre considerare il fatto che anche un'impresa che produce in perdita può essere utile all'economia nel suo complesso, per le esternalità che produce vendendo prodotti o servizi sotto costo ad imprese private che potrebbero beneficiarne.

Il neoliberismo ha dominato la scena della politica economica per tutti gli anni novanta ed ha trovato una opposizione forte da parte delle popolazioni mondiali soltanto a partire dal 1999 quando migliaia di manifestanti di diverse nazionalità protestarono contro il vertice del WTO (World Trade Org) che si riuniva a Seattle. Il movimento no-global, come venne allora definito, in realtà non si opponeva alla globalizzazione, intesa come fenomeno economico, ma a quella globalizzazione, cioè alle politiche neoliberiste.

Per alcuni anni il movimento "anti-liberista" visse momenti importanti con la partecipazione di milioni di persone in tutto il mondo, restano particolarmente scolpite nella nostra memoria la protesta contro il G8 a Genova nel 2001 o il Forum Sociale europeo nel 2002 a Firenze. Il nome del nostro Collettivo trae ispirazione da quel background culturale e da quello che è forse il "libro no-global" più famoso: NoLOGO di Naomy Klein.

Una chiave importante per capire la fase attuale dei movimenti è tenere in considerazione l'11 settembre 2001 e tutto quello che ha comportato. In seguito agli attentati delle Twin Towers infatti si è innescata una spirale di violenza, che alcuni definiscono "quarta guerra mondiale", un susseguirsi di guerre ed attentati terroristici che ha distolto l'attenzione dell'opinione pubblica mondiale dall'opposizione al neoliberismo ed ha portato all'espansione del movimento contro la guerra.

Siamo stati tutti risucchiati da questo vortice di violenza, ma intanto il neoliberismo non si è fermato: trovando esso terreno fertile nelle classi dominanti di ogni stato, ha, infatti, continuato la sua espansione egemonica basti pensare alla redazione della costituzione europea, con quelle procedure e con quei contenuti.

La forza delle politiche neoliberiste è stata quella di riuscire a costruire una egemonia culturale facilitata dagli stakeholders (portatori di interessi) e cioè dai grandi detentori di capitale, che, controllando i mezzi di comunicazione, riescono a indirizzare il dibattito politico. Particolarmente interessante è la strategia finalizzata alla massimizzazione del consenso riguardo alla politiche neoliberiste: in generale si può dire infatti che le politiche neoliberiste portano solitamente vantaggi materiali consistenti per una parte marginale della popolazione (o degli stati se consideriamo ad esempio il dibattito sul libero commercio internazionale) ed apparentemente nessuno svantaggio nel breve periodo per la maggioranza rimanente. Grazie a questo meccanismo le politiche neoliberiste vengono approvate in quanto non è facile quantificare il danno di lungo periodo per la maggioranza della popolazione che peraltro versa in uno stato di cronica mancanza di potere ed informazione, ed è del resto troppo occupata a sopravvivere per riflettere.

Quando la politica e l'economia si sposano sono problemi per la democrazia e l'informazione, essendo quest'ultima sempre più dipendente dalle sponsorizzazioni. La vera insidia del neoliberismo è la sua capacità di attrarre consensi unanimi tra le classi dominanti ed al tempo stesso la sua capacità di mettere vasti strati della popolazione in condizioni di indigenza, ignoranza e disinformazione.

Alla luce di questa analisi non stupisce più di tanto il fatto che il neoliberismo sia egemone nei sistemi politici delle nazioni europee e non, basti pensare al sistema partitico italiano dove l'opposizione al neoliberismo raccoglie non più del 10% dei voti... la maggioranza delle persone in Italia è dunque neoliberista? In realtà queste politiche portano vantaggi economici soltanto ad una piccola parte della popolazione. Il segreto del successo di tale ideologia è quello di aver elaborato un quadro teorico rassicurante e di semplice enunciazione, ma di difficile dimostrazione, e di aver saputo, con le sue implicazioni in termini di politiche, sintetizzare abilmente gli interessi delle classi attualmente egemoni in ogni paese, interessi che riescono a prevalere proprio grazie alla disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza (e quindi del potere in senso lato), la quale a sua volta tende ad aggravarsi grazie all'introduzione delle politiche economiche in oggetto.

E' chiaro quindi che si tratta di un ciclo che si autoalimenta e tende a rafforzarsi con il passare del tempo, è pertanto importante far valere con urgenza queste ragioni, prima che il processo non sia più reversibile, se non con la violenza.

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共 2 迴響 於 "NEOLIBERISMO E GLOBALIZZAZIONE: UN'ALTRA ECONOMIA E' ANCORA POSSIBILE!"

  1. Panicos said: mike schmitz hyundai dothan

    20/09/2007, at 12:58 [ Replica ]

    Sorry :(

  2. Georges said: suzuki gsx 750f

    29/08/2007, at 14:39 [ Replica ]

    interesting

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