IL NOSTRO PRIMO MAGGIO
Ci sarebbe da domandarsi cosa ci sia da festeggiare dopo anni di riforme pagate a caro prezzo con licenziamenti, precarietà e riduzione dei salari e dopo decenni di arretramenti sul terreno dei diritti e della sicurezza sul lavoro. Il 1° Maggio, nato alla fine dell'800 dalla lotta per le 8 ore giornaliere a parità di salario, rappresenta da sempre un momento sì di festa ma, soprattutto, di rivendicazione e denuncia da parte di tutti i lavoratori, uniti idealmente da un legame di solidarietà internazionale.
Oggi, di fronte alla sostanziale uguaglianza delle politiche dei recenti governi di centrodestra e centrosinistra e dopo la progressiva perdita di credibilità di CGIL CISL UlL che, appoggiando riforme liberiste del mercato del lavoro, hanno contribuito a generare precarietà e insicurezza, crediamo che proprio la giornata del 1° maggio debba essere l'occasione perché i lavoratori, gli studenti, gli immigrati e tutti coloro che subiscono quotidianamente le conseguenze di tutto questo, tornino ad essere protagonisti, esprimendo in prima persona quelle che sono le loro rivendicazioni e le loro aspettative e cercando di rafforzare il naturale legame di solidarietà che li unisce. (Continua)
ASSEMBLEA CITTADINA E MOBILITAZIONE CONTRO LE CONDANNE DEL 28 GENNAIO
Sette anni di carcere per aver protestato contro la guerra. Questa è la sentenza che il Tribunale di Firenze ha emesso il 28 gennaio 2008 per 13 manifestanti che il 13 maggio 1999, in occasione dello sciopero generale del sindacalismo di base contro la guerra della Nato nella ex Jugoslavia, “resistettero” alle cariche sotto il Consolato Usa. 7 anni per resistenza aggravata. E’ chiaro che l’unica aggravante in una sentenza così vergognosa è quella politica. La stessa volontà di vendetta presente nella sentenza di Genova, Torino, Cosenza e nelle inchieste e nei processi di Bologna e Milano.
Queste sentenze vogliono sancire lo slittamento del conflitto sociale all'interno della normativa penale. Una normativa ed un diritto penale, che rimane legato al Codice Rocco del ventennio fascista, e prevede di fatto tali pene (fino a 15 anni) così pesanti per reati connessi all’ordine pubblico, come quello di resistenza a pubblico ufficiale. Per lo stato la conflittualità politica non è ammessa, e l’incompatibilità con il sistema istituzionale si paga a caro prezzo. Declinare e rinchiudere 10 anni di movimento nelle aule giudiziarie, questo crediamo sia il senso di questa come di innumerevoli altre storie giudiziarie. (Continua)
15 DICEMBRE... A VICENZA CONTRO LA BASE E CONTRO LA GUERRA
