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UNA BOCCATA D'ARIA... RACCONTO DELLA MANIFESTAZIONE DI VICENZA

PACE

Abbiamo visto decine di migliaia di persone farsi centinaia di chilometri in pullman o in treno.

Abbiamo visto la popolazione di Vicenza raddoppiare, triplicare, i viali di Vicenza riempirsi in un gigantesco serpente colorato che ha circondato il centro storico della città.

Abbiamo visto il corteo aperto dalla gente di Vicenza (10-20 mila persone) senza bandiere di partito, armati solo di pentole e mestoli.

Abbiamo visto compagni della Val di Susa (No-TAV) dare man forte ai Vicentini. Abbiamo visto i partiti di sinistra, relegati in coda al corteo, assediati dai giornalisti e glorificati sui telegiornali quali protagonisti della giornata.

Abbiamo visto bandiere della Margherita (!) comparire al termine del corteo, se non sapessimo che i tombini erano sigillati penseremmo ad una manifestazione alternativa nel sottosuolo di Vicenza (in realtà i partiti aspettano spesso la fine di un corteo a rischio per saltare sul carro dei vincitori).

REPORTFOTOGRAFICO

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LA GUERRA NON PASSA DA VICENZA!

NOIl consenso all'ampliamento e all'armamento della base USA del Dal Molin ha riportato ancora una volta la guerra nella realtà italiana. Oltre ad essere in piena contraddizione con l’art.11 della nostra Costituzione, e quindi politicamente assai discutibile, questo progetto è stato definito una “follia” da urbanisti di nota fama, che basano le loro considerazioni su dati precisi che derivano da anni e anni di ricerche. Nonostante i sostenitori della base affermino il contrario, questo non è altro che un grottesco progetto partorito da una distorta idea di sviluppo. Non c'è dubbio infatti che un simile intervento determinerà un grave blocco allo sviluppo economico cittadino dovuto alla pesante militarizzazione che Vicenza dovrà subire. Questo piano criminale porterà quindi solamente traffici di guerra che non procureranno alcun beneficio ai vicentini. L’unica via per uno sviluppo sostenibile sarebbe al contrario l’instaurazione di un clima di pace al quale tutti dovrebbero contribuire, ogni singolo cittadino, dal sindaco al presidente del Consiglio sino al Capo dello Stato, nessuno escluso.

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COM'E' STRUTTURATA LA BASE DI VICENZA EDERLE 1

no Una enorme base, dentro e intorno alla quale gravitano circa 12.000 militari e civili americani, i cui rapporti con le autorità italiane sono regolati da accordi e memorandum riservati risalenti al dopoguerra, ma continuamente aggiornati: questa è la Caserma Ederle di Vicenza che, insieme al vicino aeroporto Dal Molin, è al centro della querelle di questi giorni. La Ederle è una caserma italiana a tutti gli effetti, con un comandante italiano e un colonnello. Quest'ultimo, secondo un organigramma americano, è sottocapo di stato maggiore, mentre il capo di stato maggiore è un colonnello Usa.

Nella scala gerarchica, prima del colonnello c'è un generale a due stelle americano che è il comandante generale della Setaf (la Southern European Task Force), nonchè comandante di tutte le forze americane presenti a Vicenza. I rapporti tra il comandante italiano dell'istallazione e i comandanti americani sono regolamentati da atti classificati. Nell'ambito della Setaf opera la 173/a brigata paracadutisti Usa, il reparto impiegato in Iraq tre anni fa, e successivamente in Afghanistan. In passato si chiamava 'Lyon Brigade' ed era organizzata su un solo grosso battaglione di fanteria, che esiste ancora con il nome di 1/o battaglione del 508/o reggimento paracadutisti, successivamente affiancato dal 2/o del 503/o.

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PIER GIORGIO WELBY

vignettaPiergiorgio Welby è morto. L’anestesista ha staccato il respiratore che lo teneva in vita; così facendo ha eseguito la volontà di un uomo che dopo anni di sofferenze aveva chiesto di porvi fine.

Casi come questo avvengono quasi quotidianamente lontani dalle telecamere e dai giornalisti, lontani da qualsiasi pubblico, avvengono in modo nascosto e privato. Questo caso è stato diverso, prima di tutto perché ad esso è stata data una dimensione pubblica, perché Welby ha chiesto che gli fosse riconosciuto il diritto di scegliere di morire; richiesta che ha suscitato ogni genere di reazione: dalla solidarietà, umana e politica, alla dura condanna, ed ha scatenato un dibattito politico che va ben oltre i confini del caso concreto. Questa differenza non è di poco conto. Basti pensare a come ad essa si è appigliato il Vaticano per negare le esequie religiose. Infatti, queste vengono ormai il più delle volte concesse a chi si suicida, ma quando della volontà di morire se ne fa una battaglia pubblica, allora il discorso cambia.

Da più parti si chiede una legge che regolamenti in modo preciso e dettagliato la materia, che crei definizioni inequivocabili; ci si nasconde dietro un presunto vuoto legislativo, si pretende di incasellare dentro concetti normativi universalmente validi situazioni che possono essere definite solo da chi le vive. Esiste già una definizione di “accanimento terapeutico” ed esiste il divieto per il medico di praticarlo, così come esiste il diritto per il malato di rifiutare le cure. Quello che è necessario non sono nuove norme che porrebbero solo limiti e divieti (come abbiamo visto quando si è trattato di fare una legge sulla procreazione medicalmente assistita), piuttosto il riconoscimento di una sfera di libertà dell’individuo e il suo diritto ad autodeterminarsi.

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